domenica 28 dicembre 2014

Orazio e la fontana

La fontana delle Anfore
in piazza dell'Emporio.
Vivere a Roma significa anche abituarsi alla vista delle rovine dei monumenti, al punto che non cerchiamo neanche più di immaginarli nel loro aspetto originario; opus reticulatum, cementicium, bipedali, mattoni di tufo e blocchi di tufo fanno parte del nostro orizzonte quotidiano, come i nasoni e i tombini col fascio littorio. Discutevo di questo, qualche giorno fa, con il mio amico Bruno, osservando in piazza dell'Emporio i malinconici resti su cui poggiava fino a qualche mese fa la Fontana delle Anfore, opera dell'architetto Pietro Lombardi (1926). La fontana, in travertino, è stata smontata e rimontata, dopo quasi un secolo, nella sua collocazione originaria, in piazza Testaccio, dove verrà inaugurata tra qualche settimana (forse). È impossibile immaginare il rivestimento di un nucleo in cementizio, così come è impossibile immaginare la fisionomia di un essere umano osservando semplicemente le sue ossa, perciò, ecco che si manifesta l'ennesima chiave di lettura della nostra città: Roma è anche una gigantesca necropoli di monumenti, che metaforicamente biancheggiano, proprio come le ossa viste dal poeta Orazio fuori da porta Esquilina, prima della rivoluzione urbanistica augustea.
La struttura in blocchi di tufo che
costituiva il nucleo della fontana.

martedì 9 dicembre 2014

La scoperta dell'Area Sacra di Largo Argentina

Il tracciato tra Piazza del Popolo
e la Stazione Trastevere
Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento il cambiamento urbanistico di Roma rese necessaria la realizzazione di nuovi tracciati stradali nel centro storico, fondamentali per lo sviluppo delle comunicazioni. Uno di essi avrebbe dovuto collegare il quadrante settentrionale (Porta del Popolo) con quello meridionale (Stazione Trastevere), passando attraverso strade antiche (via di Ripetta, via della Scrofa, via della Dogana Vecchia, via di Torre Argentina) e nuove (via Arenula, Ponte Garibaldi, viale del Re).

Il Piano Regolatore del 1909 stabilì l'allargamento della carreggiata di via di Torre Argentina, adeguandola a quella della nuova via Arenula. Nel 1914 l'Assessore al Comune Filippo Galassi progettò una variante al Piano Regolatore del 1909 secondo la quale la sede stradale di via di Torre Argentina sarebbe passata da otto a venti metri, perciò fu decisa la demolizione degli edifici posti di fronte al Teatro Argentina (palazzo Acquari e palazzo Cesarini-Chiassi).

L'area interessata dagli scavi del 1926
La presenza di resti archeologici sotto gli edifici dell'isolato (delimitato da via di Torre Argentina, via Florida, Corso Vittorio, via di S. Nicola dei Cesarini) era nota. Annesso alla chiesa di S. Nicola dei Cesarini era il convento dei Padri Somaschi, nel cortile del quale erano visibili i ruderi di un tempio rotondo (quattro colonne in tufo), mentre nel 1904 un saggio di scavo aveva portato alla luce parte del basamento di un tempio rettangolare (Tempio A). Nel 1913 l'archeologo Giuseppe Marchetti Longhi aveva segnalato all'autorità competente la scoperta nell'area di altri resti antichi, oltre a quelli noti. Nel 1917 la Variante di Galassi fu approvata; per i due templi ritrovati (A e B) fu decisa la musealizzazione all'interno di un cortile ricavato nel nuovo complesso.

Dopo la prima guerra mondiale la Società Romana dei Beni Stabili, proprietaria dell'area, ripresentò il progetto di Galassi, che fu modificato (su richiesta del Governatorato) dagli architetti Nori e Venturi. Il nuovo progetto prevedeva la demolizione dell'isolato e la costruzione di nuovi edifici, collocati però in una posizione più arretrata, tale da consentire l'allargamento di via di Torre Argentina (il prospetto di palazzo Acquari sarebbe dovuto arretrare di sedici metri). Marchetti Longhi riuscì a inserire nel progetto una serie di clausole attraverso le quali sarebbe stato possibile riscattare l'area se fosse stata dimostrata la sua importanza archeologica.

L'isolato demolito nel 1926
Nel 1926 iniziarono le demolizioni, che si svolsero in tre tempi:
·         demolizione dei palazzi Acquari e Rossi che si affacciavano su via di Torre Argentina; demolizione di parte del palazzo Chiassi-Cesarini fino al limite della retrostante chiesa di S. Nicola ai Cesarini.
·         demolizione del fronte prospettante su Corso Vittorio
·         demolizione dei fronti prospettanti sulle vie Florida e S. Nicola ai Cesarini.

Nonostante l'incarico di controllo dei lavori di demolizione e scavo (per segnalare eventuali scoperte archeologiche), Marchetti Longhi non riuscì a modificare i discutibili criteri con cui venivano realizzate le demolizioni: nessun saggio preliminare né rilievi del materiale archeologico emerso, nessuna segnalazione alle autorità dei ritrovamenti (il Governatorato era stato istituito nel 1925).

Il 25 giugno 1927 il Comitato di Storia ed Arte del Governatorato decise di procedere allo sterro generale per una valutazione esatta dei resti "degni di essere conservati". Il 23 agosto 1928, al termine delle demolizioni, fu chiaro che l'area era occupata da quattro templi di epoca repubblicana. Immediatamente si formarono due partiti: da una parte quelli favorevoli alla conservazione dei monumenti, dall'altra quelli favorevoli alla costruzione di un nuovo isolato. Il 15 ottobre 1928 Mussolini decise di salvare i templi repubblicani, rimborsando ai Beni Stabili i soldi spesi per acquistare e demolire le case (venti milioni di lire). L'area archeologica fu sistemata dal Munoz e inaugurata da Mussolini il 21 aprile 1929. L'attuale recinzione ha seguito i limiti segnati dalle demolizioni ma non gli originali confini dell'area, ancora da scoprire.

All'inizio degli anni Trenta, durante la realizzazione del recinto su via S. Nicola ai Cesarini (questo lato affacciava sulla fronte dei Templi), fu demolita la casa medievale con portico annessa alla Torre del Papito. Si salvarono dalla demolizione soltanto le colonne del portico che, in seguito, furono reimpiegate nella costruzione del falso-portico attuale.

Il Tempio D si trova ancora sotto via Florida
Il Tempio D non fu portato completamente alla luce per motivi economici. Il recinto dell'area fu completato nel 1940. La torre fu trasformata in abitazione del custode dell'area archeologica, collegata con una scala interna al piano dello scavo, al fine di rendere più agevole la sorveglianza. Nel 1942 il principe Borghese, Governatore di Roma, sospese i fondi destinati allo scavo. Nel 1955 i lavori per la realizzazione del sottopassaggio pedonale tra via Florida e via di Torre Argentina fecero venire alla luce alcuni resti archeologici che chiarirono la relazione tra il Teatro di Pompeo e l'Area Sacra.