sabato 31 dicembre 2016

Quando l'arancia rosseggia sui sette colli

La tomba dell'umanista Biondo Flavio (1392-1463) collocata
di fronte all'ingresso della chiesa di S. Maria in Aracoeli
(foto M. Gradozzi)
Finalmente ci siamo, tra poche ore anche l’anno 2769 della nostra amata città sarà alle spalle, perciò mi sembra legittimo formulare un augurio per il futuro … ma di che genere? Per cominciare vorrei che chi amministra il nostro Comune fosse onesto e competente, non servono proclami ideologici ma fatti concreti. Vorrei che i nostri concittadini fossero più consapevoli del privilegio di abitare a Roma; non basta un indirizzo stampato sulla carta d’identità per definirsi romano, la cittadinanza bisogna guadagnarsela, mostrando verso la città lo stesso rispetto che abbiamo verso i nostri cari. Le antiche rovine vanno carezzate, e non incise con un temperino né tantomeno imbrattate con ridicole scritte. Non so se questo avverrà mai, ma so per certo che quando tutto finirà noi saremo lì, Romani appassionati, a guardare insieme l’arancia che rosseggia sui sette colli.

martedì 8 novembre 2016

La gloriosa "casa Giacometti"

Il ristorante Scarpone (casa Giacometti)
in via di S. Pancrazio
(foto Marco Gradozzi)
Il tempo che passa lenisce il dolore e a volte nasconde del tutto i luoghi dove l’odore della morte è stato fortissimo. Uno di questi è situato nella parte di Villa Pamphilj più vicina alle Mura, dove nel 1849 ebbe luogo la terribile battaglia che segnò la fine della Repubblica Romana di Mazzini e Garibaldi. La storia è nota, le truppe francesi chiamate a sostenere Pio IX, comandate dall'infame generale Oudinot, attaccarono a tradimento le postazioni garibaldine, facendole retrocedere dalla Villa Corsini fino all’interno delle Mura gianicolensi.

La battaglia di Villa Pamphilj in una
stampa di fine Ottocento.
Gli edifici di quell'area, sottoposti al tiro incrociato dell‘artiglieria francese e garibaldina, furono sventrati e quindi demoliti oppure ricostruiti in altra forma; tutti tranne uno, la famosa “casa Giacometti”. Il casale, acquistato nel 1816 da Antonio Adducci, è la sede del conosciutissimo ristorante Scarpone, in via di S. Pancrazio. Nel racconto tramandato dal romanista Ceccarius (Giuseppe Ceccarelli) in un famoso libro (Osterie Romane, 1929) il soprannome Scarpone venne creato da Garibaldi per il proprietario della locanda, che forse per poter lavorare comodamente la terra intorno alla casa utilizzava scarpe troppo grandi.

L'area della battaglia nel plastico del
Museo della Repubblica Romana e
della memoria garibaldina
(foto Marco Gradozzi)
Durante l’assedio francese del 1849 l’osteria, insieme al Vascello, era il punto più avanzato della difesa garibaldina. Nella stalla dell’osteria morì il 3 giugno il ventiduenne Enrico Dandolo, ufficiale del primo battaglione dei bersaglieri lombardi comandato da Luciano Manara. Il ragazzo uscì da Porta S. Pancrazio per un assalto alla Villa Corsini; durante lo scontro Dandolo si avvicinò a un gruppo di militari francesi che sembravano però volersi arrendere. A trenta passi di distanza scattò la trappola, i francesi si spostarono e una tremenda scarica di colpi si abbatté sui bersaglieri e su Dandolo. Portato nella casa Giacometti il giovane ufficiale morì tra le braccia dell’amico Emilio Morosini.

Sull'area della Villa Corsini fu costruito
nel 1856 l'Arco dei Quattro Venti
(Andrea Busiri Vici) - da Google Earth
Nel 1936 fu progettato l’allargamento della strada e la demolizione dell’edificio, tuttavia, l’intervento della Società di Mutuo Soccorso “Giuseppe Garibaldi” e della Commissione esecutiva per l’erezione del Mausoleo Ossario gianicolense scongiurò il pericolo.

La palla di cannone conficcata nel
muro di cinta di Villa Pamphilj
(foto Marco Gradozzi)

venerdì 16 settembre 2016

L'Orto Botanico del Celio

La Casina progettata da Gaspare Salvi
(foto Marco Gradozzi)
Chi è solito prendere il tram 3 (direzione di marcia Trastevere-S. Giovanni) conosce bene quell'edificio dall'aspetto rinascimentale che si nota sulla destra, quando, in prossimità del Palatino, le rotaie lasciano via di S. Gregorio per scavalcare il versante nord-occidentale della collina del Celio. L’edificio in questione è la Casina progettata dall'architetto Gaspare Salvi, e quel tratto di strada, denominato viale Parco del Celio, è in realtà uno sgarro urbanistico dei primi anni del Novecento che ha trasformato un’area verde molto conosciuta (il cosiddetto Orto Botanico del Celio) in un “grande nulla”.

L'area in cui i francesi scaricarono la
terra proveniente dagli scavi dell'area
archeologica (Google Earth)
All'epoca della Roma imperiale le pendici del Celio delimitate da via di S. Gregorio erano occupate da un quartiere i cui resti furono rinvenuti in varie occasioni tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento (costruzione del collettore tra il Colosseo e il Circo Massimo; metropolitana). Nel Cinquecento l’area tra il Tempio di Claudio e via di S. Gregorio fu acquistata dalla famiglia Cornovaglia che la trasformò in vigna; tra il ‘500 e l’800 la proprietà fu scavata in varie occasioni, restituendo tesori artistici di inestimabile valore (ad esempio la Venere Capitolina scolpita da Menofanto). All'inizio dell’Ottocento i francesi di Napoleone occuparono Roma (1809-1814); fu in questa fase che nacquero molti progetti per migliorare l’aspetto e la fruizione della città (ad esempio la creazione del Cimitero del Verano). Tra le tante idee, la creazione del “Jardin du Capitole”, un luogo in cui sarebbe stato possibile “passeggiare” tra le rovine del Palatino, del Foro Romano e del Colosseo. Dovendo assolutamente trovare un luogo in cui scaricare la terra scavata, l’Amministrazione francese decise di acquistare nel 1812 la vigna Cornovaglia. Quando nel 1814 i francesi lasciarono Roma la terra scaricata nella vigna Cornovaglia aveva originato una terrazza artificiale alta ben 18 metri; col passare degli anni il luogo divenne un vero e proprio giardino, senza tuttavia alcuna progettazione in tal senso.

Il giardino del Celio denominato Orto
Botanico in una mappa dell'Ottocento.
Nel 1835 Gregorio XVI (1831-1846) assegnò all'architetto Gaspare Salvi il compito di ampliare la «Passeggiata Pubblica detta anche Orto Botanico sul Celio». Quando mise mano al progetto Salvi tracciò sull'area interessata alcuni viali; al limite di uno di essi fu costruita la Casina. Dopo la prima guerra mondiale il parco fu irrimediabilmente danneggiato dalla costruzione della linea tranviaria che lo divise in due parti. Per comprendere la particolarità del luogo riporto la testimonianza dello scrittore romano Augusto Jandolo (Gli ultimi romani, 1911): «Questa è una villa portentosa; io la chiamo la Svizzera romana. Dove trova un luogo più bello, più ombroso, più arieggiato di questo? … Con a destra il Colosseo, a sinistra le terme di Caracalla, di faccia il tempio di Venere e Roma?».

La Casina di Gaspare Salvi. Le rotaie
del tram e la strada hanno distrutto
il parco (Google Earth).
Per quanto riguarda il nome “Orto Botanico” bisogna ricordare che il primo Orto Botanico di Roma era nato nel XIII secolo nei giardini vaticani (dal 1660 al 1820 fu spostato nel giardino dietro la Mostra dell’Acqua Paola sul Gianicolo). Il fatto che il giardino sul Celio avesse la stessa denominazione potrebbe forse essere spiegato con l’esigenza da parte dei francesi di realizzare in quell'area “cittadina” un Orto Botanico fuori dall'orbita religiosa.

venerdì 9 settembre 2016

L'epigrafe poetica di Gregorio XIII sul Campidoglio

L'epigrafe di Gregorio XIII
(foto Marco Gradozzi)
La passione di Gregorio XIII Boncompagni (1572-1585) per gli autori classici è all'origine di una singolare epigrafe situata sul Campidoglio, in via di Monte Tarpeo.




Hinc ad Tarpeiam sedem et Capitolia ducit
pervia nunc olim silvestribus horrida dumis
GREGORIUS XIII PONT MAX VIAM TARPEIAM APERUIT
i nomi dei magistrati addetti alla realizzazione dell’opera
anno domini mdlxxxii

«Da qui guida alla sede Tarpea e al Campidoglio, accessibile oggi, irto un tempo di silvestri cespugli. Gregorio XIII ha aperto la via Tarpea nell'anno del Signore 1582». L’epigrafe sembrerebbe priva di senso perché non si capisce chi è il soggetto che «guida».

Via di Monte Tarpeo e
l'epigrafe di Gregorio XIII
(foto Marco Gradozzi)
Per risolvere il piccolo mistero dobbiamo tornare alla smisurata erudizione di Gregorio XIII. Per il testo della sua epigrafe il pontefice “riutilizzò”, cambiando solo una parola (pervia al posto di aurea), due versi tratti dal libro ottavo dell’Eneide di Virgilio: «Hinc ad Tarpeiam sedem et Capitolia ducit aurea nunc, olim silvestribus horrida dumis (Eneide, libro VIII, 347)».

1-Porta Carmentale
2-Via di Monte Tarpeo
(immagine Google Earth)
Il libro VIII dell'Eneide è quello in cui Virgilio racconta la ricerca da parte di Enea di alleanze per combattere contro Turno e gli Italici; a tale scopo l’eroe troiano decide di risalire il Tevere dalla foce fino ad approdare alle pendici del Palatino dove incontra il re Evandro, il quale lo accoglie e, da buon padrone di casa, comincia a mostrargli la città. Dopo aver raggiunto la Porta Carmentale (la collocazione più accreditata della porta è nell’area archeologica situata all'incrocio tra via Luigi Petroselli e Vico Jugario) Evandro decide di mostrare ad Enea la sommità del colle perciò «da qui (lo) guida alla sede Tarpea e al Campidoglio, aureo oggi, irto un tempo di silvestri cespugli (traduzione Luca Canali)». 

La raffinata operazione letteraria di Gregorio fu mantenere il verso virgiliano cambiando soggetto, perciò non è più "Evandro" che conduce ma la "via Tarpea" che conduce. Ecco quindi come si traduce l'epigrafe capitolina: «Nell'anno del Signore 1582 Gregorio XIII aprì la via Tarpea (che) da qui conduce alla sede Tarpea e al Campidoglio, accessibile oggi, irto un tempo di silvestri cespugli».

Prima annotazione; alla fine del Cinquecento vivevano a Roma circa centomila persone. Quante sapevano leggere il latino? Quante conoscevano l'Eneide? Chi era il destinatario della coltissima citazione di Gregorio? O forse era soltanto un gioco fra gli eruditi della corte pontificia?

La seconda annotazione riguarda la statura morale di Evandro, il mitico re degli Arcadi che giunto in Italia si stabilì sul Palatino. Fin dalle origini Roma fu la città dell’accoglienza, Evandro fu accolto e lui a sua volta accolse Enea … è questo l’insegnamento che non bisogna mai dimenticare.

sabato 3 settembre 2016

La reliquia del Volto Santo nel Pantheon

L'edicola del settimo altare è quella
a sinistra dell'abside; l'ostensione del
Volto Santo avveniva dalla finestra
sovrastante (foto M. Gradozzi).
Nel mondo cristiano il Volto Santo era una reliquia costituita da un riquadro di lino su cui era impresso il ritratto di Gesù. Secondo la tradizione apocrifa cristiana all'epoca dell’imperatore Tiberio (14-37 d.C.) il prezioso tessuto venne portato a Roma dalla donna che lo possedeva, la famosa Veronica. La presenza a Roma del Volto Santo è attestata da vari scritti, spesso però discordanti tra loro; secondo alcuni era nella basilica di S. Pietro, secondo altri nella chiesa del Santo Spirito. La sorpresa proviene dall'archivio della chiesa denominata S. Maria ad Martyres: il Pantheon. Qui si conserva una pergamena (posteriore al XVI secolo) che traduce un’antica tabella che era collocata all'interno dell’edificio (oggi scomparsa), fonte di importanti informazioni sulla storia di S. Maria ad Martyres. Anche Giovanni de Virgilis, un canonico di S. Pietro vissuto nel XIII secolo, vide la tabella prima della sua scomparsa, descrivendone addirittura l’ubicazione: il settimo altare (entrando, a sinistra). Sulla tabella (forse di epoca medievale) era scritto che in occasione della consacrazione della chiesa (13 maggio 609 d.C.) Bonifacio IV aveva fatto collocare sotto l’altare maggiore i resti dei martiri Rasio e Anastasio, mentre sotto la pavimentazione a destra dell’altare (scendendo) aveva fatto seppellire le ossa di altri martiri (ben 28 carri di ossa). La tabella elenca anche altre reliquie conservate, e tra queste vengono citate sia il Volto Santo sia l’immagine della Madonna con Bambino (attribuita a S. Luca). Quest’ultima, tuttora esistente, era sopra il quarto altare; all'epoca di Clemente XI Albani (1700-1721) l'immagine fu spostata sopra l’altare maggiore. Un'altra preziosa informazione della tabella riguarda la cassa in cui era conservata la reliquia del Volto Santo: lo scrigno aveva tredici serrature (ognuno dei tredici caporioni aveva la sua chiave). Nel XVIII secolo la cassa era ancora integra, infatti, un Itinerario dell'epoca la descriveva così: «ingessata, venata e brunita con le sue cornici dorate che ricorrono attorno». L’erudito Giacomo Grimaldi, archivista della basilica di S. Pietro, raccolse in un manoscritto (1618) alcuni documenti che riguardavano la storia del Sudario della Veronica. Uno di questi scritti, la Vera Historia del Volto Santo, affermava che la preziosa reliquia e la sua custodia erano segretamente conservati nel Pantheon fin dall'epoca dell’imperatore Tiberio; fu Bonifacio IV che decise di mostrarla il giorno di Venerdì Santo, esponendola sul cornicione che sovrasta il sesto altare. Le informazioni sulle successive destinazioni della reliquia sono discordanti; secondo alcuni fu distrutta dai Lanzichenecchi durante il sacco del 1527, secondo altri è conservata in S. Pietro. 

Da destra: l'edicola del settimo altare, la cappella del Crocifisso,
la tomba di Raffaello, la cappella dove era collocato in origine
il dipinto della Madonna con Bambino (foto M. Gradozzi)
Questa storia intrigante è ancora più avvincente se si considera la non casualità del luogo di sepoltura di Raffaello (1483-1520) che volle a tutti i costi essere inumato nel Pantheon. Il pittore, sepolto sotto il quinto altare, nacque e morì lo stesso giorno, il 6 aprile, e il giorno della sua morte era appunto un Venerdì Santo … ma per questa bellissima storia (e molto altro) consiglio assolutamente la lettura di La tomba del divino Raffaello, di Anna Lisa Genovese, editore Gangemi.

lunedì 29 agosto 2016

Il lago scomparso di Villa Borghese

I Propilei di Luigi Canina
(foto Marco Gradozzi)
L’ingresso monumentale di Villa Borghese sembra oggi quasi invisibile, circondato com'è dal caos di piazzale Flaminio e dal traffico incessante che scorre lungo viale del Muro Torto. Eppure, ci fu un tempo in cui i maestosi Propilei progettati dall'architetto Luigi Canina (inaugurati nel 1829) risaltavano bianchi e splendenti tra il verde della campagna circostante. 

Il laghetto scomparso (I. Ciaffi)
Insieme all'ingresso monumentale Canina realizzò un piccolo lago, subito a sinistra appena varcato l’ingresso; la sua scelta fu dettata dalla necessità di colmare in modo “romantico” un dislivello esistente tra la villa e l’ingresso. Quella che segue è la descrizione del piccolo bacino da parte dell’archeologo Antonio Nibby (1830): «è a sinistra di chi entra … nutrito da un grosso volume d’acqua che da alto vi si precipita, formando una cascata»; intorno vi erano «spessissimi salici piangenti tramezzati da seditoi in marmo che invitano a riposarsi al rezzo (fresco)». 

Villa Borghese nel 1849; lo
specchio d'acqua è sulla
sinistra (Alfred Guesdon)
L’acqua che alimentava il laghetto (Acqua Felice) veniva utilizzata sia dal vicino mattatoio (costruito nel 1824 nell'area situata tra piazza del Popolo e il fiume) sia per «adacquare (innaffiare) la via Flaminia fino al miglio». Nel 1850 lo specchio d’acqua fu prosciugato perché ritenuto causa di malaria, inoltre emanava «cattivo fiato e ammorbava gli abitanti di quel quartiere».

L'area del piccolo lago
(elab. da Google Earth)

venerdì 19 agosto 2016

Il "fritto misto" di piazza Vittorio


Il "fritto misto" nei giardini
di piazza Vittorio
(foto Marco Gradozzi)
Nei giardini di piazza Vittorio c’è un piccolo bacino (purtroppo) senz'acqua con al centro un gruppo scultoreo la cui storia è davvero singolare. Nel 1870 Pio IX inaugurò di fronte al palazzo del Collegio Massimo la Mostra dell’Acqua Pia-Marcia. Nel 1885 la fontana fu spostata di fronte alla chiesa di S. Maria degli Angeli. La sua decorazione era molto semplice, poi per un periodo fu ornata con quattro leoni di stucco, finché nel 1897 fu assegnato allo scultore palermitano Mario Rutelli l’incarico di progettare una decorazione più maestosa. L’artista realizzò quattro gruppi bronzei in cui erano raffigurate le ninfe acquatiche (la Naiade degli Oceani, la Naiade dei Fiumi, la Naiade dei Laghi e la Naiade delle Acque Sotterranee) e animali ad esse collegati.

Il Glauco della fontana
delle Naiadi che stringe
il delfino (foto Gradozzi) 
La fontana con le quattro Naiadi fu inaugurata nel 1901, tuttavia, nel 1911 (in occasione dell’Esposizione Universale) Rutelli realizzò un quinto gruppo che venne posto al centro della composizione. Quest’ultima scultura (tre figure umane, un delfino e un polpo raffigurati mentre lottano tra loro) fu molto criticata (era soprannominata “il fritto misto”), perciò nel 1913 venne spostata nel laghetto dei giardini di piazza Vittorio. Rutelli la sostituì con il Glauco avvinghiato al delfino, che ancora fa bella mostra di sé al centro della fontana.

La Mostra dell'Acqua Pia-Marcia.

La fontana di piazza della Repubblica
decorata con i quattro leoni in stucco.

martedì 16 agosto 2016

Il giuramento di fratellanza tra Roma e Parigi

La colonna e la caravella
all'inizio di via Parigi
(foto Marco Gradozzi)
«Solo Parigi è degna di Roma e solo Roma è degna di Parigi»; con queste parole Roma e Parigi stipularono nel 1956 uno storico giuramento di fratellanza, siglato dal Sindaco di Roma Salvatore Rebecchini e dal Presidente del Consiglio Comunale di Parigi Jacques Féron. Tre anni dopo il Comune di Roma, in omaggio all'accordo stipulato, aprì nel rione Castro Pretorio una via intitolata proprio alla capitale francese (1959). Nel 1961 a memoria dello storico giuramento fu collocata all'inizio della strada, via Parigi appunto, una colonna antica (proveniente da piazza Nicosia) sulla quale fu posta una caravella di bronzo, simbolo del comune parigino. 

La Lupa dono del Comune di Roma
(foto EsseVu)
L'anno successivo il Comune di Roma ricambiò il dono offrendo a Parigi una Lupa di bronzo; anche questa, come la colonna, sembra (purtroppo) abbastanza trascurata, all'interno di un piccolo giardino in Place Paul Painlevé, nel Quartiere Latino.

La targa realizzata per l'apertura
di via Parigi nel 1959
(foto Marco Gradozzi)

mercoledì 25 maggio 2016

Gli stemmi papali di Filippo Severati presso l'ospedale S. Spirito in Sassia

Il complesso del S. Spirito oggi.
(da Google Earth)
L’area su cui sorge l’antico ospedale S. Spirito in Sassia fu occupata fin dall’VIII secolo da alcuni edifici adibiti all'assistenza dei pellegrini inglesi a Roma (schola Saxonum). Nel corso dei secoli il complesso fu seriamente danneggiato finché nel 1198 Innocenzo III dei Conti di Segni (1198-1216) ottenne dal re Giovanni Senza Terra il permesso di costruire un nuovo ospedale. Nel 1470 l’edificio fu devastato da un incendio, perciò Sisto IV della Rovere (1471-1484) ne ordinò la ricostruzione. 

L'antico ospedale S. Spirito
(da Google Earth)
L’ospedale di Sisto IV era costituito da una lunga corsia rettangolare (la corsia Sistina) suddivisa in due ali da un tiburio ottagono collocato al centro della stessa. Nel 1660 Alessandro VII Chigi (1655-1667) fece costruire, partendo dal tiburio, una nuova corsia (chiamata Alessandrina), perpendicolare a quella Sistina. Alla fine del Seicento l’ospedale poteva ospitare 400 malati e offrire un ricovero a 300 zitelle. Il tiburio, che aveva la funzione di mettere in comunicazione i due bracci della corsia Sistina con la corsia Alessandrina, è alto 32 metri. 

F. Severati: stemma di Innocenzo III
(foto M. Gradozzi)
All'esterno il tiburio ottagono è diviso in due ordini; gli otto lati dell’ordine superiore sono scanditi da quattro bifore (ormai chiuse) e quattro trifore. Nel 1865 l’architetto Francesco Azzurri commissionò al pittore Filippo Severati otto maioliche (ciascun lato con trifora ne aveva due) raffiguranti gli stemmi dei papi che parteciparono alla costruzione dell’ospedale.

F. Severati: stemma di Eugenio IV
(foto M. Gradozzi)
Il pittore romano Filippo Severati (1819-1892) è noto per aver realizzato nel Cimitero Monumentale del Verano oltre 250 ritratti, utilizzando un composto speciale – la formula è ancora segreta - che ha mantenuto i colori vivi a distanza di 150 anni.


F. Severati: stemma di Pio IX
(foto M. Gradozzi)

F. Severati: stemma di Pio VI
(foto M. Gradozzi)